La rinascita silenziosa

Trovare la libertà nella reclusione. È questa la magia che Claudio Villa e la sua associazione “Salto oltre il muro” sono riusciti a compiere, proprio con l’aiuto dei cavalli, creando un luogo dove si generano seconde opportunità per tutti.

Il cavallo è lo specchio dell’anima di chi ha di fronte, legge le sue emozioni, studia i suoi dettagli e i suoi angoli e percepisce la sua onestà, e questo Claudio Villa lo sa bene, tanto da creare un progetto che negli anni è diventato un esempio per molti. Con la sua Associazione Salto Oltre Il Muro (ASOM) ha generato un mondo parallelo all’interno della II Casa di Reclusione di Bollate, in provincia di Milano, in cui la libertà scavalca il muro ed entra a far parte di una dimensione in cui serenità e speranza erano assenti. E lo ha fatto con l’aiuto dei cavalli, ma non cavalli qualsiasi: sono animali provenienti da sequestri, ex trottatori, salvati da quella fine ingloriosa che spetta a molti di loro una volta terminato il loro compito: l’uomo che li voleva condannare, li ha salvati, e loro salvano l’uomo che è stato condannato, insegnando una lezione che solo loro sono in grado di impartire.

Oltre ad offrire corsi di artiere ai detenuti, che così ottengono una formazione per una possibilità lavorativa una volta terminata la pena, l’associazione si avvale dei grandi insegnamenti che solo i cavalli, e non l’uomo, sanno impartire a tutti noi. Prendersi cura di un animale così imponente, ma così delicato, fa prendere maggiore consapevolezza di se stessi, genera senso di responsabilità e rispetto, amplifica la nostra sensibilità e ne favorisce lo sviluppo, obbliga finalmente a fare i conti con la nostra realtà, il nostro vissuto e le nostre emozioni più profonde. Sono tanti i cavalli che vengono accuditi e coccolati presso la struttura di ASOM ed entrare nel loro branco è come essere accettati in una piccola società, che ti riaccoglie a braccia aperte e ti lascia le redini nelle mani, portandoti a fare scelte che prendono in causa altri esseri viventi. Sono insegnamenti che non troviamo in nessun’altra struttura penitenziaria, strutture che spesso si avvalgono solo del loro compito di trattenere individui “socialmente pericolosi”, ma che non offrono in realtà nessuna possibilità di rinascita e di comprensioni di se stessi, di assimilazione dei propri errori passati, di seconde possibilità.

I cavalli salvano i detenuti e i detenuti salvano i cavalli e visitando quel luogo lo si percepisce da ogni gesto. Oltrepassando la soglia del carcere, si entra in un’altra dimensione, si respira una pace e una serenità che quasi ci si dimentica di essere dove in realtà si è. Il maneggio ospita molti cavalli che pascolano insieme in un grande spazio.
C’è anche una ex trottatrice cieca, Nina, che si avvicina ad una finestra sbarrata del carcere, in cerca di qualche leccornia o qualche carezza. Lei si fida dell’uomo, riconosce le sue emozioni e lo aiuta a cercare le proprie. I cavalli sono liberi di muoversi, tanto è vero che la vecchietta del gruppo passeggia liberamente per la scuderia e curiosa tra le scatole e i box degli altri cavalli.
Un ex trottatore, vecchio per le corse, sequestrato perché malnutrito, sembra rinascere mentre si gode il paddock in compagnia di altri suoi amici. Un pony grigio accoglie le coccole di un detenuto e non nasconde espressioni di appagamento mentre si fa grattare la schiena, tra le risate di tutti i presenti.

I detenuti puliscono la scuderia, costruiscono nuovi box, si prendono cura di tutti i cavalli. È un cantiere aperto il maneggio di Bollate, simile alla “fabbrica del Duomo”, un cantiere in continua evoluzione: si costruisce per i cavalli, senza sosta, si cresce insieme alla struttura, si recupera il tempo perduto. Entrambi, sia cavalli sia detenuti, danno inizio ad una nuova vita. È un’oasi di libertà in un luogo di reclusione. In quella pace che è concessa dalla serenità e dalla libertà, molto in realtà sta accadendo.
Succede qualcosa di silenzioso, anzi, sembra veramente di non trovarsi lì, rinchiusi ed oppressi, e questo è il bello: non ci sono pregiudizi, non ci sono condanne, non ci sono timori, non ci sono barriere. Perfino il grande muro che delimita il penitenziario sembra la facciata di qualche casa di città, uno sfondo come altri alle foto in bianco e nero. A nessuno degli abitanti di quello strano posto importa il passato di chi ha di fronte. Sono qui e sono insieme e insieme si occupano l’uno dell’altro. Ci sono semplicemente uomini, animali e antiche e nuove connessioni.

 

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