I dottori dell’anima

Essere compresi, vivere davvero e tornare a sorridere: dove l’uomo non può arrivare, là arriva il cavallo, diventando, come nel caso dell’ippoterapia, dottore, amico, angelo guida per chi ne ha più bisogno.

L’animale rappresenta un familiaris, un silente fratello-anima che ci sta a fianco, oppure un dottore dell’anima, che capisce le leggi psichiche, diverse da quelle dell’Io diurno.

James Hillman

Ciò che James Hillman, psicoanalista e filosofo statunitense di fama mondiale, intendeva è chiaro. Ci sono degli aspetti dell’animale, specialmente del cavallo, che ci guardano dentro, che ci risultano famigliari, e, in qualche modo, riescono a leggerci perfettamente e a curare le nostre ferite più profonde. Sarà il suo mistero che da sempre lo avvolge e lo caratterizza, quella sua forte empatia e sensibilità che ci fa abbassare le armi e accettare di essere guardati nel profondo. Sarà quel patto che si rigenera ogni volta che nasce un nuovo puledro, quella percentuale di libertà che il cavallo conserva sempre nella sua anima, che ci fa capire la delicatezza di questo accordo storico tra uomo e cavallo, tra anima e anima, e la necessità del suo mantenimento. Che ci affascina e allo stesso momento ci toglie le armature che abbiamo costruito da sempre, lasciandoci studiare, lasciandogli colmare i nostri vuoti, comprendere, capire e curare.

Il cavallo si è da sempre contraddistinto dagli altri animali per la sua grande sensibilità e per il suo saper rasserenare l’animo umano più sconvolto, arrivando a toccare corde che nessun medico pluripremiato potrebbe toccare allo stesso modo, rigenerando là dove la mano esperta umana non può arrivare. Il cavallo cura l’anima dell’uomo e l’uomo, di fronte a tanta silenziosa saggezza e audacia, si abbandona ai suoi occhi, ai suoi movimenti, ai suoi rumorosi silenzi, e si fa curare.

Il cavallo, di fatto, è estremamente sensibile al linguaggio del corpo e, essendo un animale sociale, è molto recettivo verso tutti i tipi di comunicazione, a volte non percepibili attraverso uno stetoscopio. Esso è in grado di stimolare emozioni e sensazioni intense, soprattutto grazie alla sua imponenza e alla sua forza che aiuta alla presa di coscienza di sè, che incentiva la voglia di scoprirsi e conoscersi e che offre sensazioni di protezione, autostima e fiducia in se stessi. Inoltre, le andature regolari del passo e del trotto aiutano e incentivano la riabilitazione dell’apparato motorio oltre che psicologico. Senza perdersi in giri di parole o spiegazioni, il cavallo impara a conoscerci non appena ci rapportiamo a lui, legge le nostre ferite, si relaziona con esse, codifica i nostri movimenti, fa ciò che è semplice, ma non così scontato: ci capisce, senza aver mai sentito il bisogno di raccontarci o spiegarci. La disabilità, lo dice la parola stessa, fa spesso sentire diversi, abbandonati, staccati dal mondo. Ed è qui che interviene il cavallo, che facendoci entrare nel suo emisfero, ci apre un mare di possibilità che sarebbero a noi altrimenti negate.

In Italia si sono sviluppati diversi centri che dedicano la propria attività quotidiana a questa terapia: uno di questi è il centro di Riabilitazione Equestre Vittorio di Capua ubicato all’interno dell’Ospedale Niguarda di Milano. È un luogo che trasuda felicità e spensieratezza, in una parola pace. I bambini, accompagnati dalle proprie famiglie sono in trepidazione mentre guardano il portone in attesa dell’entrata del loro cavallo e, una volta entrati, si lanciano verso la terapista per farsi mettere sopra alla loro groppa. Una volta saliti, la loro espressione cambia. I cavalli, pazienti, si fanno guidare e con passi calmi li accompagnano alla scoperta di un nuovo mondo, più sereno e meno complicato. La terapia funziona, e funziona anche bene: gli effetti sono evidenti. Lo si legge sui volti dei genitori, sui movimenti di chi esce da un’atmosfera fatta di silenzi, isolamenti e paure, e scopre una dimensione nuova, che seppur priva di parole, fa un gran chiasso. Alcuni bambini si lanciano indietro sulla groppa del loro cavallo e puntano lo sguardo oltre il soffitto e sorridono. Altri passano le mani tra la criniera per una timida carezza, per poi stringerne forte i crini. Le gambe scendono leggere sui fianchi del cavallo, e i cavalli stessi diventano gambe, sorriso, possibilità, movimento verso qualcosa di nuovo che prima era irraggiungibile. Non hanno bisogno di diversi tentativi: la loro straordinaria sensibilità colpisce il centro esatto in ogni bambino e in ogni persona che sta osservando dall’esterno del campo.
Di fatto quel che si creano sono speranze, la voglia di sorridere incondizionatamente, senza paura di giudizi, senza la paura di essere guardati in modo diverso, di non essere capiti, di sentirsi inferiori, succubi, vittime di una colpa non scelta. C’era qualcosa che da tempo attendeva di essere colmato e che ora non è più solamente riempito da un eco sordo. Il dare un’altra possibilità quando la si attendeva da tempo, il creare un nuovo punto di partenza in cui rigenerarsi e ripartire, il regalare una nuova vita, sono doni che il cavallo offre, chiedendo solo di essere vissuto. Si dimostra così, un’altra volta, indispensabile maestro per l’anima dell’uomo, attento alla sua felicità, alle sue ferite, alle sue comprensioni e esigenze, prendendo con grande merito l’appellativo di meravigliosa medicina.

 

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